avorio genovese
Autore
Domenico Bissone
Data
XVI secolo
Categoria
Scultura
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Scultura in avorio

Cristo in avorio epoca '600

BISSONE (Bissoni), Domenico (Gian Domenico). Bissone (Lago di Lugano), metà 16° sec.- Genova, 1639/1645.
Figlio di Francesco Gaggini, e padre di Giambattista, entrambi scultori. A volte è designato come il Veneziano, per via di un suo probabile soggiorno giovanile nella città: del resto la sua modulazione pittorica delle forme sembra rimandare a una conoscenza diretta del mondo artistico veneziano della seconda metà del 500. Nel 1597 risulta residente a Genova con bottega nella contrada di Scuteria, dove forma una vera e propria accademia, il cui discepolo più brillante è proprio il figlio Giambattista, e dove si intraprende una  vera e propria sperimentazione naturalistica. A quest’epoca risalgono alcuni lavori di intaglio di buona tecnica, come per esempio il Tabernacolo della chiesa di S. Giovanni Battista a Pieve di Teco. Nel 1607 l’Oratorio di S. Croce in Sarzana gli commissiona la cassa con la raffigurazione di Cristo al Calvario (ora distrutta), opera che lo fa conoscere e gli procura commissioni per una serie di casacce e Crocifissi processionali: tra questi  il Cristo Moro (1639), così detto per il caratteristico colore del legno di giuggiolo in cui è scolpito, la cui croce è rivestita di tartaruga con decorazioni in oro e argento. Molto importante è anche la sua produzione di crocifissi in avorio, in genere destinati alla devozione privata, e probabilmente a volte realizzati in collaborazione con il figlio. Genova nell’epoca barocca è  centro della scultura in avorio, e Domenico Bissone può esserne ritenuto il caposcuola:  introduce un’espressività estrema e un naturalismo inedito nella raffigurazione della sofferenza e della morte, che incontra  particolarmente il gusto del territorio spagnolo, dove vengono spedite gran parte delle opere della scuola genovese. Domenico Bissone muore a Genova, dove è  sepolto nella chiesa dell’Annunziata del Vastato.

 

BISSONE (Bissoni) Giambattista (Giovanni Battista), Genova 1597 c.a.-1657, scultore. Figlio dello scultore Domenico, nella cui bottega apprende a disegnare e a modellare la creta, diventa profondo conoscitore dell‘anatomia del corpo umano che studia direttamente dal vero. Predilige il legno, (ma si potrebbe supporre una sua collaborazione col padre per certi crocifissi in avorio), nel quale scolpisce splendidi crocifissi processionali di grandi dimensioni acquisiti spesso dalle “casacce”, le antiche e numerose confraternite religiose genovesi, che tra la fine del 500 e il 700 vivono il loro periodo di maggior splendore e danno grande impulso alla produzione artistica ad esse connessa. Nelle sue opere si ritrovano, in misura maggiore, le forme gentili e le languide espressioni del padre, come nel Crocifisso della Chiesa della Immacolata di Genova (già nella cappella Spinola della distrutta chiesa di S. Spirito), spesso preso come modello da altri artisti, nella chiesa dell’Annunziata di Portoria, nell’Oratorio delle Cinque Piaghe (Genova), nella chiesa di S. Bartolomeo degli Armeni, sempre a Genova. Nel 1637, su ordine del Senato genovese, esegue una delicata Madonna di raffinata fattura per l’altare maggiore del Duomo di Genova (ora nella parrocchiale di Fiorino); altre sue Madonne si trovano nella chiesa di S. Maria di Castello (Madonna del Rosario), in quella di S. Filippo Neri (Madonna e Figlio), nella Consolazione (Madonna della Cintura). Le sue opere risentono un po’ dell’enfasi teatrale di Taddeo Carlone  e della raffinata ricercatezza formale di A.Van Dyck, ma la sua profonda conoscenza dell’anatomia umana lo aiuta a raggiungere un equilibrio formale molto alto, pur senza sfuggire del tutto al fare manierato dell’epoca. Per alcune opere l’attribuzione a Giambattista o a Domenico resta incerta, come per esempio per l’eccezionale crocifisso in legno conservato nell’Oratorio di San Giovanni Battista in Ovada, attribuito alternativamente al padre o al figlio, ma più probabilmente a quest’ultimo, per i toni fortemente barocchi e la possente muscolatura sapientemente scolpita. Secondo il Soprani, Giambattista è stato anche autore di graziosi dipinti, ma nessuno di essi è arrivato fino a noi.


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